Matrimoni gay in occidente e uteri in affitto in India. E’ il mercato, bellezza
Esiste un legame stretto tra l’introduzione di leggi sul matrimonio omosessuale e la crescita di domanda di maternità surrogata (cioè di utero in affitto), soprattutto nei paesi in via di sviluppo: è la tesi del giornale online BioEdge, un osservatorio internazionale molto attento alle dinamiche nord-sud del mondo in campo bioetico.

Esiste un legame stretto tra l’introduzione di leggi sul matrimonio omosessuale e la crescita di domanda di maternità surrogata (cioè di utero in affitto), soprattutto nei paesi in via di sviluppo: è la tesi del giornale online BioEdge, un osservatorio internazionale molto attento alle dinamiche nord-sud del mondo in campo bioetico. L’annuncio che anche la Francia di Hollande si sta impegnando a varare entro un anno il matrimonio gay, ha convinto BioEdge a chiedere per iscritto a una serie di cliniche della fertilità, in India e negli Stati Uniti, di fare qualche previsione sulle conseguenze possibili per il mercato della maternità surrogata. Tenendo conto del fatto che sono soprattutto le coppie di uomini ad aver bisogno, per ottenere un figlio, sia di donatrici di ovociti sia di donne disposte alla gravidanza e al parto di un figlio da consegnare subito dopo la nascita (le due figure non coincidono mai: la parcellizzazione della procreazione è parte integrante di questo genere di pratiche, anche perché garantisce meglio da possibili rivendicazioni della madre). La risposta delle cliniche interpellate in quella che, comunque, “non ha la pretesa di essere un’indagine scientifica”, scrive Michael Cook su BioEdge, è stata in tutti i casi “decisamente affermativa”. Ed è tale da suggerire che sono senz’altro in aumento le “donne bisognose nei paesi in via di sviluppo o in paesi economicamente in difficoltà che si accingono a lavorare per coppie gay in cerca di offerte low cost in campo gestazionale”. E anche quando le leggi del paese di provenienza non prevedono il matrimonio gay, c’è sempre la possibilità di presentarsi come single, e le cliniche indiane non hanno bisogno di altro per offrire i loro servizi “gestazionali”.
In questo quadro, l’India spicca infatti per convenienza, come spiega a BioEdge Samundi Sankar, del Srushti Fertility Research Centre di Chennai, la capitale del Tamil Nadu, una zona particolarmente povera dell’India: “Qui i costi ammontano a un quinto rispetto a una maternità surrogata negli Stati Uniti o in Europa”. Questa convenienza si traduce in un mercato che conta tra le seicento e le mille cliniche della fecondità, secondo i dati molto approssimativi forniti dal Dipartimento della salute indiana, per un fatturato annuale di almeno un miliardo di dollari, in condizioni di totale deregulation.
In questo quadro, l’India spicca infatti per convenienza, come spiega a BioEdge Samundi Sankar, del Srushti Fertility Research Centre di Chennai, la capitale del Tamil Nadu, una zona particolarmente povera dell’India: “Qui i costi ammontano a un quinto rispetto a una maternità surrogata negli Stati Uniti o in Europa”. Questa convenienza si traduce in un mercato che conta tra le seicento e le mille cliniche della fecondità, secondo i dati molto approssimativi forniti dal Dipartimento della salute indiana, per un fatturato annuale di almeno un miliardo di dollari, in condizioni di totale deregulation.
A testimoniarlo è la vicenda della donna ventottenne, già madre di due bambini suoi, morta lo scorso maggio ad Ahmedabad mentre era all’ottavo mese di una gravidanza su commissione (portata a termine: sulla donna, già in coma, è stato effettuato un cesareo al Pulse Women’s Hospital, la clinica della fertilità che l’aveva ingaggiata, e poi è stata mandata a morire in un altro ospedale). Questa realtà, fatta di povertà, sfruttamento, e sottomissione a regole patriarcali, alleate con la tecnoscienza procreativa – queste madri surrogate sono spesso analfabete, a volte vedove o abbandonate dal marito, a volte spinte a quel “lavoro” dal capofamiglia – è al centro di un romanzo pubblicato ora da Simon & Schuster. Si intitola “Origins of Love” e l’ha scritto la giornalista Kishwar Desai, moglie dell’economista inglese di origine indiana Meghnad Desai e già autrice nel 2007 di un libro inchiesta sugli aborti selettivi delle femmine in India. “Origins of Love” è fiction ma parla della realtà, quando racconta delle factory in cui le madri portatrici sono tenute a volte per i nove mesi della gravidanza; del fatto che possono svolgere quel lavoro anche tre o quattro volte e che spesso sono costrette al cesareo; dell’assenza di un quadro minimo di garanzie (la donna firma sempre una liberatoria che solleva la clinica da ogni responsabilità. Se qualcosa va storto, peggio per lei). “E’ abbastanza agghiacciante sapere che il sequestro degli embrioni all’aeroporto di Mumbai, da cui prende le mosse la trama, è realmente accaduto”, ha scritto la giornalista Amrita Tripathi recensendo “Origins of love”. Bisogna ricordare che si parla anche di questo, quando si parla di “maternità surrogata”.